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La poesia di Annamaria Vezio – di Enrico Marco Cipollini Ogni silloge si dipana su tanti e sovra tutto svariati e speziati temi i quali hanno, un comune denominatore che è la trascendenza –i titoli non sono messi a caso- da un mondo dominato dal tempo edace e costellato più da dolori che gioie per cercare una dimensione di pieno amore, una ricerca tramite il lògos poetico della comprensione dell’essere in quanto la verità non si nasconde più ma si disvela nel senso greco del verbo. Tolto il velo dell’apparenza alla mondanità, il sostrato che mai non muta è il dolore, la sofferenza, la gioia, il valore degli affetti: ciò che l’Autrice chiama «essenza della persona» non vista come mezzo, strumento ma quale fine a sé stante. Sia ben chiaro, noi non leggiamo il mondo ma il nostro mondo, non appercepiamo le cose ma le nostre cose, i nostri desideri e non delle astratte esigenze e nella poesia, linguaggio anti-reificante per antonomasia, domina il cosiddetto “fantasma iconico” che, detto in altre parole, non è altro che la diversa capacità significativa della parola. Impossibile quindi “oggettivizzare” la poesia, impossibile a tradursi in altro linguaggio. Il critico e il l

giovedì 29 ottobre 2026

La parola scalza - Di Giovanna Malara Restuccia


Era lì,
seduta a guru sulle scogliere di basalto,
tra il profumo del cappero
e il muschio salmastro,
spesso mi domandavo:
se la bellezza
respira su ogni cosa,
perché la gente
passa e non vede?

Negli occhi la fretta, il cemento, un manifesto.
Nel mentre,
mi sentivo aliena nell'ammirare
l'immobile lucertola nutrirsi di sole,
a trovar filosofia
anche nell'odore delle mafalde che lievitavano piano,
gonfiandosi
d'un tempo antico e paziente
o nel rosario di mia madre
lasciato per distrazione su un tavolo…
Mi bastava poco
per fermare il tempo
e sfogliarci dentro
il mio diario segreto pieno di domande.
E anche sulla mia vita,
quando ho creduto
di perdere tutti i colori,
fu il fico storto e rigoglioso
a farmi capire
che la bruttezza
è solo per chi ha disimparato la dolcezza,
che la bellezza
non è morta,
ma si nasconde,
come fa Dio,
nelle piccole cose.
Anche in una parola dimenticata,
che non si è mai spolverata di dosso
la sabbia del deserto,
e che lascia labbra socchiuse alla carezza…
ACANÌNO
Ecco, tutto è acanìno
Acanìno è il tramonto che m'indora la pelle,
quel barboncino che neanche conosco e mi fa festa,
la pietra che si fa statua
sotto le mani di un visionario,
il vento che ancora ha
la voce delle mie valli antiche,
l'onda che non si stanca
di smussare lo scoglio su cui s'infrange,
Il buongiorno dell'alba
dalla mia finestra
Sotto il rumore
del mondo sovrastante:
acanina è l'anima
che resta innocente.

Giovanna Malara Restuccia (S77M) 14/10/2026

PremioParoleNuove
AnimaDiVento2026


Come il mare d'inverno - Di Pina Riitano


In sintonia con l'anima
affronto le sfide.
Non basta che qualcuno creda
in te
o che l'atmosfera abbia la musica
nel cuore,
non esiste momento
in cui puoi avere certezza
che i sogni si realizzeranno
per incanto.
Mi guardo intorno.
Cerco sorrisi che parlano.
Piccoli gesti che migliorano
giorni uguali.
Positive vibrazioni.
E come il mare d'inverno
con la sua schiuma acanìna
di bollicine
piene di vita
vivo questo tempo, incagliato,
nel presente.
E continua la sfida.

Pina Riitano

PremioParoleNuove AnimaDiVento 2026



Acanìno - Di Rosario Rosto


Ci sono parole

che nascono già grandi,
vestite di certezze
con la pretesa
di spiegare il mondo.
E poi ci sono parole
che bussano piano
senza sapere
se troveranno casa.
Acanìno,
forse sei una di queste.
Sei la mano che si ferma
prima di ferire
la voce che sceglie il silenzio
per non umiliare,
il pane diviso
quando nessuno guarda.
Sei il coraggio fragile
di chi ha conosciuto il gelo
e non ha imparato a odiare
di chi ha perso qualcosa
e non ha chiuso la porta
a ciò che ancora può arrivare.
Acanìno è forse
quel piccolo spazio nell'anima
dove il dolore non diventa vendetta.
Dove la delusione
non uccide la fiducia,
dove il tempo passa
ma non riesce a inaridire
la radice della tenerezza.
E allora, se mi chiedi
che cosa sia acanìno,
non cercarlo nei dizionari.
Guardami negli occhi
quando ti tendo la mano
senza domandarti
da dove vieni
che cosa possiedi
quante volte hai sbagliato.
Perché acanìno,
forse,
è questo.
Restare umani
in un mondo
che troppo spesso
ci insegna il contrario.

Rosario Rosto

PremioParoleNuove AnimaDiVento2026



lunedì 12 ottobre 2026

Parole per un saluto AmVezio


 

mercoledì 7 ottobre 2026

La poesia di Annamaria Vezio

 

La poesia di Annamaria Vezio – recensione di Enrico Marco Cipollini


Ogni silloge si dipana su tanti e sovra tutto svariati e speziati temi i quali hanno, un comune denominatore che è la trascendenza –i titoli non sono messi a caso- da un mondo dominato dal tempo edace e costellato più da dolori che gioie per cercare una dimensione di pieno amore, una ricerca tramite il lògos poetico della comprensione dell’essere in quanto la verità non si nasconde più ma si disvela nel senso greco del verbo. Tolto il velo dell’apparenza alla mondanità, il sostrato che mai non muta è il dolore, la sofferenza, la gioia, il valore degli affetti: ciò che l’Autrice chiama «essenza della persona» non vista come mezzo, strumento ma quale fine a sé stante. Sia ben chiaro, noi non leggiamo il mondo ma il nostro mondo, non appercepiamo le cose ma le nostre cose, i nostri desideri e non delle astratte esigenze e nella poesia, linguaggio anti-reificante per antonomasia, domina il cosiddetto “fantasma iconico” che, detto in altre parole, non è altro che la diversa capacità significativa della parola. Impossibile quindi “oggettivizzare” la poesia, impossibile a tradursi in altro linguaggio. Il critico e il lettore si limitano a interpretare e non a trovare “il vero oggettivo”, tipico della scienza, ma tale apparente limite è la forza, la vis insita della poesia: troviamo individualmente i nostri vissuti, le nostre esperienze e le facciamo in tal modo nostre. Viviamo la creazione poetica tramite i nostri personalissimi vissuti interiori, i nostri bagagli culturali, la nostra sensibilità. L’elaborazione finale non è del poeta che potrebbe esser anche anonimo ma di chi usufruisce della poiesis: sono i vari livelli interpretativi del Soggetto che recepiscono e fan poesia, si potrebbe azzardare pur restando la forma del bello in sé.

Nella poesia di Annamaria Vezio c’è un linguaggio che aspira ad una trascendenza religiosa ma, al di là di certa “metafisica”, s’avverte il mondo concreto e vitale dell’Autrice. Sono esperienze concrete, reali che la muovono a cimentarsi nell’ars poetica, è una vita dolorosa ma che mai mette in dubbio la vita che -nonostante tutto- ama: molto lontana dall’olimpica serenità di uno spirito assoluto (nel senso vero dell’etimo latino, slegato). Il suo volo verso una dimensione spirituale nasce da una sublimazione dei Vissuti (Erlebnisse è intraducibile), è una necessità d’armonia che disperatamente cerca, un Amore con la maiuscola che sia eterno, puro, incorruttibile. Un Amore che vive quindi nell’ottica spirituale e si mescola a quello cristiano ma non si limita ad agape bensì è sovente “desiderio” sensuale sebbene trasposto. Quindi lirica che, oltre a certa acmé metafisica, è concreta, verace, coinvolgente. Ma ciò che credo sia una delle chiavi interpretative è il mare come divenire e nel contempo sempre eguale. Si direbbe la unità degli opposti che crea l’identità: il divenire nell’essere. E il divenire porta seco la problematica del Tempo. Il tempo che scandisce i nostri momenti “passati-presenti” (in quanto riaffiorano: non siamo che la risultante delle esperienze precedenti) e i “presenti” che danno la spinta di elevarsi dal quotidiano affinché il tempo così si fermi in “attimi eterni” dove l’anima possa dilatarsi e così “riviva” quelle occasioni perdute. In breve à la Proust, la ricerca del tempo perduto non è altro che ritrovare e liberare il passato, un tempo liberato. Al lettore l’ultima parola, tali sono soltanto spunti per una lettura più profonda.

Enrico Marco Cipollini





venerdì 2 ottobre 2026

Mirate! Non con pietà, con riverenza Di Vincenza Laface - Premio Parole Nuove

 Mirate! Non con pietà, con riverenza

Questo corpo, che Iddio volle mutabile,
si fa scarno ed offre la sua pena
come un fiore tardivo offre l'essenza.
È meraviglia anche il patire.
È meraviglia il crin che cade, umile,
come foglia d'autunno al primo vento.
Il morbo venne, pose mano ardita
su le membra, su l'oro della chioma;
ma l'anima — oh, l'anima inviolata —
non volle esser locciata.
È rimasta bianca, in alto,
come cima di monte dopo la bufera,
che guarda il cielo e non conosce fango.

Vincenza Laface



mercoledì 30 settembre 2026

Come una farfalla di Macia Ciano

 Come una farfalla

Io e te andavamo

controvento

scegliendo del tempo le sue resilienze.

E tu mi portavi

dentro una crisalide

per sorridere e far spiegare le ali.

Vivere in un volo, n

on era abbastanza se non si aveva il sole,

la libertà e un piccolo fiore.

Questo incantevole enigma colorato,

nato dall’incontro di un petalo 

e un angelo volava oscillando

verso nuove avventure...

Tornerà?

Nella mia anima

s’aprivano oscure voragini

in un locciare vestito da stanche inquietudini.

Il cuore restava fedele al suo ultimo volo

ne accoglieva la luce della sua gelida rugiada.

Chiaro è di nuovo il cielo di settembre

non più incerto

al giorno

che muore.

L'alba schiarita è dall'ultima stella.

"Sopra foglie

che cedettero

sulle tegole rosse,

quella farfalla che il tempo rese incerto il colore,

molto presto da me volò senza più tornare"


Macia Ciano




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La parola scalza - Di Giovanna Malara Restuccia

Era lì, seduta a guru sulle scogliere di basalto, tra il profumo del cappero e il muschio salmastro, spesso mi domandavo: se la bellezza re...